DELLA LAGUNA DI VENEZIA

1° - Lazzaretto Nuovo - 3 luglio 1994




2° - Sacca Sessola - 11 giugno 1995

Creata artificialmente nel 1870 nella laguna a sud della Giudecca, utilizzando i fanghi provenienti dall'escavo del nuovo Porto commerciale di Santa Marta, l'isola di Sacca Sessola è ubicata a poche centinaia di metri da quella di San Clemente, ove proprio in quegl'anni veniva completato il Manicomio centrale femminile per le provincie venete, inaugurato il 1° luglio 1873. Originariamente destinata a deposito di combustibili, quindi convertita a fini agricoli, nei primi anni del nostro secolo sull'isola venne allestito un ospedale per malattie infettive - il San Marco - che ebbe il suo massimo sviluppo durante la Prima guerra mondiale, nel corso della quale ospitò fino ad un migliaio di persone contemporaneamente.

Nel primo dopoguerra, trasferiti i reparti per malattie infettive nella vicina isola di Santa Maria delle Grazie, Sacca Sessola venne trasformata in sanatorio per la cura dei malati di TBC e, nel 1937, venne solennemente inaugurato l'imponente complesso ospedaliere, ancor oggi sussistente, capace di oltre 400 posti letto. Dotato di strutture terapeutiche d'avanguardia, grazie anche al microclima temperato ed all'aria salubre alimentata dalle brezze marine, l'ospedale pneumotisiologico "Achille De Giovanni" venne a lungo considerato uno dei più apprezzati d'Europa. Integrato da numerosi edifici utilizzati quali centrali termiche, depositi d'acqua e di combustibili, stalle, porcilaie, cantine, macellerie e officine, nonché da vasti appezzamenti coltivati ad ortaglia e frutteto, il complesso sanatoriale era in grado di garantirsi l'autosufficienza energetica ed alimentare. Buona parte dell'isola, estesa per oltre 17 ettari, era destinata a parco, prati e giardini, ove l'eccezionale fertilità del suolo ed il clima favorevole hanno consentito lo sviluppo d'essenze d'ogni latitudine: dalle palme ai cedri atlantici, dai pini e dai larici ai fiori più esotici, ad un grande uliveto dotato di quasi cento piante, un tempo in grado di produrre l'olio necessario per le esigenze del sanatorio.

Con il definitivo abbandono del "De Giovanni" nel febbraio 1980 ha inizio il progressivo degrado dell'isola che, per un paio d'anni, venne presidiata dagli ultimi frati residenti, quindi da ditte di vigilanza e manutenzione private. Dal 1° gennaio di quest'anno la proprietà di Sacca Sessola è stata trasferita dal Comune di Venezia alla locale U.S.L. L'isola è affidata in concessione all'International Center for Marine Sciences and Technologies, creato sotto l'ègida dell'U.N.E.S.C.O., che prevede l'insediamento di centri d'accoglienza per docenti e studenti italiani ed esteri, allo scopo di promuovere formazione e ricerca nel campo delle scienze e delle tecnologie marine ed ambientali. E con l'auspicio che questo recente insediamento di un organismo internazionale possa dar nuova vita ad una delle più belle perle del veneto estuario, che II Comitato promotore dell'annuale Raduno remiero generale ha scelto Sacca Sessola quale sede per le manifestazioni del 1995.
Giovanni Caniato
3° - Crevan - 2 giugno 1996

Nei primi decenni dell'Ottocento vennero create ex-novo in laguna una decina di piccole isole-batteria, mediamente estese per circa 5.000 mq e dall'inconfondibile forma "a fagiuolo"; un grande avamposto fortificato che, partendo dagli ottagoni seicenteschi posti a guardia del porto di Malamocco, inglobava le antiche isole conventuali di Sant'Angelo delle Polveri, San Giorgio in Alga e San Secondo, disegnando un ampio semicerchio che giungeva fino al porto dei Treporti. Un'inedita "cintura protettiva", a metà strada fra Venezia e la gronda di terraferma, della quale la Serenissima mai ebbe ad avvertire il bisogno: le acque lagunari - e la flotta - erano ritenute presidio adeguato ed invalicabile contro eventuali minacce provenienti dall'entroterra.

Perduta l'indipendenza, l'ex-Dominante divenne invece fulcro di una laguna pesantemente militarizzata: gran parte delle isole minori vennero trasformate in caserme, forti e polveriere, integrate con le ricordate isole-batteria Fisolo, ex-Poveglia, Podo, Trezze, Campalto, Carbonera, Tessera, Buel del Lovo, Monte dell'Oro e Crevan. Queste ultime furono le prime ad essere dismesse dall'amministrazione militare, dopo l'annessione del Veneto al Regno d'Italia nel 1866. Quasi tutte sono oggi nel più completo abbandono, nonostante qualche tentativo di riutilizzo in anni anche recenti: è il caso, ad esempio, di Carbonera, ove la carenza di custodia continuativa (condizione peraltro essenziale affinché qualsiasi insediamento insulare possa sopravvivere) ha favorito sistematici furti e vandalismi, che hanno ridotto nuovamente in macerie gli edifici appena restaurati da una famiglia tedesca negli anni '80. Sorte analoga ebbero a subire anche le altre, con qualche rara eccezione: Tessera, lambita dal canale allacciarne che conduce all'aereoporto, sede di una fondazione straniera; e, soprattutto, il "ridotto" di Crevan, strategicamente ubicato alla confluenza dell'omonimo canale con quello di Burano, a metà strada fra quest'ultima isola, Sant'Erasmo e la penisola di Cavallino-Treporti. Proprietà da oltre trent'anni della famiglia veronese dei Polo, Crevan costituisce un raro e forse irripetibile esempio di come un'isola abbandonata possa essere trasformata in un'oasi di straordinaria bellezza.

Ciò grazie al continuo, inesausto impegno di Sandro e Marisa Polo, che hanno provveduto nel tempo a ricostruire le arginature ed i contrafforti perimetrali, a bonificare e rialzare l'isola con decine di tonnellate di terreno di riporto ed a restaurare il vecchio fortino, che in origine sorgeva isolato fra le paludi, trasformandolo in residenza. Costruito intorno al 1820, il manufatto militare è l'unico, nel suo genere, che si sia ancora conservato in laguna. Due inconfondibili pennoni di nave, svettanti sopra la rigogliosa vegetazione dell'isola, richiamano un'altra straordinaria presenza: quella di un centenario "trabaccolo" da trasporto, forse il più antico ancora esistente. Varato nel 1898, il natante, lungo oltre 20 metri, è ancora in discrete condizioni di conservazione: un altro dei non indifferenti meriti della famiglia Polo, che ne ha sino ad ora curato l'onerosa manutenzione.

Oggi Crevan è in vendita, ed è comune auspicio di tutti che i futuri proprietari possano curare e salvaguardare l'isola con lo stesso amore ed impegno dei loro predecessori.
Giovanni Caniato
4° - San Clemente - 15 giugno 1997

Le tre precedenti edizioni dell'annuale "Raduno remiero generale" vennero simbolicamente associate a tre isole minori della laguna veneta, in tempi e modi diversi riscattate dall'abbandono o quantomeno preservate da saccheggi e distruzioni grazie all'impegno di associazioni o singoli privati: il Lazzaretto Novo, prospiciente Sant'Erasmo, ove l'ormai pluridecennale attiva presenza dell'Ekos Club e della sezione veneziana dell'Archeoclub d'Italia hanno restituito alla collettività manufatti militari e di "archeologia sanitaria" unici nel loro genere, quali il cinquecentesco "tezon grando" tappezzato di scritte e disegni d'epoca e due coevi "torresini da polvere" in pietra d'Istria edificati dal Veneto Magistrato alle artiglierie; quindi Sacca Sessola, ospedale elioterapico costruito negli anni Trenta all'interno di un parco straordinario, ricco d'essenze esotiche: una struttura a suo tempo considerata all'avanguardia in Europa nella cura della tubercolosi la quale, chiusa nel 1980, è stata di recente gestita da organizzazioni internazionali facenti capo all'U.N.I.D.O.; infine l'isoletta Crevan, creata all'inizio del secolo scorso nei bassifondali fra Burano e Sant'Erasmo quale batteria fortificata a guardia del canale portuale di Burano-Treporti e trasformata, grazie al trentennale impegno di una famiglia veronese, da ricettacolo di "pantegane" e contrabbandieri ad un autentico "giardino fra le barene".
Il segnale di speranza, e riconoscenza, lanciato dal "mondo della voga " nelle trascorse edizioni del "Raduno remiero", si rivolge quest'anno, in termini affatto diversi, all'ultima - in ordine cronologico - fra le fin troppo numerose isole abbandonate che fanno indegna corona a Venezia.

Subito dopo la definitiva chiusura, nel 1992, dell'ospedale psichiatrico femminile - il quale, solennemente inaugurato nel 1873, ancora ospitava oltre 150 degenti - l'omessa custodia del compendio insulare consentì infatti l'indisturbato sistematico saccheggio della chiesa tardo quattrocentesca (in gran parte ricostruita negli anni quaranta del Seicento) dalla quale vennero asportati statue, busti marmorei e arredi sacri solo in minima parte recuperati. Una chiesa che i Morosini vollero trasformata in cappella commemorativa dell'illustre casato patrizio, a ricordo e in onore di quanti fra i propri figli diedero lustro alla Repubblica, soprattutto nei ranghi della flotta militare: da Bernardo, al primo Francesco, a Tomaso, "capitano da mar" morto nel 1647 dopo aver vittoriosamente sostenuto con il suo galeone l'urto di ben quaranta navi da guerra turche.

Le iscrizioni commemorative dei Morosini, il cui nome "formidabile ai Turchi, faceva più paura alla lor flotta che un intiera squadra navale", benché corrose dal tempo possono ancor oggi essere lette, incastonate fra gli intercolumni della facciata dell'edificio sacro, finalmente dotato di una efficace custodia garantita dall'U.S.L. veneziana proprietaria dell'isola.
Giovanni Caniato
5° - La Certosa - 14 giugno 1998

Io sono una piccola isola, ma ho una grande memoria. Guardandomi oggi, poco potete immaginare della mia storia, della mia gloria e dei perché della mia non ancora superata rovina.
Ero un baro erboso tra laguna e mare entrante appresso al Lido, quando fui popolata stabilmente per la prima volta nel 1199 dai pii canonici agostiniani. Da quel momento, ebbi un monastero, un tempio ed un nome tutto mio. A Sant'Andrea apostolo venne dedicata e consacrata la chiesa nel 1219 e Sant'Andrea fu il mio nome per secoli. Ospitai nel 1313 quella torre in legno per l'avvistamento delle flotte nemiche che più tardi e più avanti a me si trasformò nel "Castel NUOTO di Sant'Andrea". Agli ormai stanchi agostiniani, seguirono i vivaci certosini. Mai stanchi di consolidare le mie ave, coltivare le mie terre arricchirmi di nuovi e più grandi edifici, alla fine mi diedero anche il loro nome. Mentre diventavo sempre più pacifica, laboriosa ed ospitale sulla riva opposta il forte che ormai portava il mio nome si trasformava in un torrione sempre più alto, armato e minaccioso.

Quando nel 1543 incominciarono questi grandi lavori che lo avrebbero trasformato nella più potente ed efficiente macchina da guerra del suo secolo, quando tutti i suoi cannoni tuonarono all'unisono per provarne le compiute mura, una strana inquietudine mi percorse fin dentro la sacrestia della mia ormai preziosissima chiesa. Solo dopo molto tempo dopo avrei purtroppo trovato conferma a questa mie paure. Nel 1797 i cannoni del forte tuonarono per la seconda e ultima volta. Assieme alla nave "Liberatore d'Italia" (la bandiera era napoleonica) affondava anche la Repubblica di Venezia e finiva la mia pace.

Scacciati i certosini, i tanti armati al seguito di Napoleone dopo avermi spogliato di ogni ricchezza d'arte mi trasformarono in un triste magazzino militare. Un destino che in quel 1810 mi sembrò insopportabile ma che solo 17 anni dopo mi appariva sicuramente invidiabile. Tutto quanto edificato dai pii monaci in secoli venne demolito in pochi mesi; ad opera degli austriaci mi ritrovai quasi nuda, svuotata di ogni pace. Stretta dalla servitù militare più mortificante. I francesi e gli austriaci furono solo i primi di una interminabile serie di barbari che nei secoli mi "visitarono". Cambiato tutto intorno a me. restava uguale la mia nuova povertà e la mia condizione di isola militare. Venni usata come polveriera, come fabbrica di bombe e come casa per chi le bombe le costruiva, custodiva ed usava. Nel 1950. dall'altra parte del canale si sentì ancora tuonare. Ma non erano più grandi cannoni del forte ormai esibiti nei musei come ricordo di un passato, bensì il crollo delle sue mura erose sin dalle fondamenta dall'instancabile flusso del mare entrante e senza cura ormai da secoli. Poco dopo, nel 1968, quando già le mie rive si andavano sfasciando e una rapace vegetazione mi stava invadendo, anche l'ultimo dei miei "custodi" militari mi abbandonò. Pensai (con l'ingenuità tipica delle gole) di aver ritrovato quella pace ed ospitalità che lontanamente mi aveva fatto così ben apprezzare. Invece, appena la notizia di questa mia nuova solitudine giunse a Venezia, venni presto raggiunta da altri barbari (barbari veneziani, ma pur sempre barbari). C'era chi portava via (i coppi, i travi, i fili e i tubi) e chi portava (solo "scoasse"), chi sparava (su tutto anche sui miei alberi) e chi bruciava; tanto ero solo un'isola sola. Come se tutto ciò non fosse bastato, le mie acque venivano sempre più agitate e sbattute (ogni onda una ferita) da barche. barchette e barchini ogni giorno più veloci e ancor più puzzolenti. Basta, ormai ero certa della fine ed incominciai a gridare forte. "Aiuto, sono un'isola abbandonata della laguna di Venezia che non vuole morire". Ma il mio grido non riusciva a superare le esplosioni delle bombe a mano, delle raffiche di mitragliatrice e di fucile che di tanto in tanto scuotevano le mie terre spaventavano i miei piccoli ospiti (a due ali o a quattro zampe). Finalmente in un giorno di ferie del poligono di tiro militare che mi vedevo costretta ad ospitare fui avvicinata (con tutta l'antica lentezza della voga) da due strani fratelli, molto gentili e molto curiosi. Giorgio e Maurizio domandavano della mia storia, passeggiavano senza demolire o rapinare tra quel poco che rimaneva dei miei giardini ed io senza timore gli parlavo e dopo molto tempo mi sentivo ascoltata. Il libro e la mostra nate (ormai ventanni fa') da quell'incontro univano la mia storia e la mia sventura con quella di tante altre sfortunate sorelline lagunari. Incominciai. Incominciammo a non sentirci più sole, a credere ad un futuro diverso dal nostro triste presente.
Quando venne costituito un comitato con il mio nome (1985) e si organizzarono le prime giornate di festa e di pulizia delle mie rive e delle mie terre, ebbi la certezza che sarebbe cambiato qualcosa (in bello, dopo tanti secoli). Come ho già detto io sono una piccola isola, ma ho una grande memoria. Ogni viso, ogni nome, ogni gesto di queti nuovi, infaticabili amici a distanza di 13 anni dalla prima festa a me dedicata, li ricordo e li ho cari. Come ricordo e ricorderò anche nel futuro chi, volando sopra l'indifferenza e la mancanza d'amore verso la laguna ed il suo arcipelago ha saputo trasformare le buone intenzioni in lavori in corso.

Oggi con oltre 30 miliardi destinati alla mia rinascita con il riemergere dai rovi dei miei antichi viali con la ricostruzione, destinazione sportiva, produttiva (cantieristica minore) e di ospitalità di quei vecchi capannoni che producevano bombe, con l'escavo dei miei canali e il consolidamento delle mie rive, con le migliaia di amici che hanno ripreso a visitarmi, vedo non solo un futuro per me (tanto bello quanto quel mio poco passato felice) ma soprattutto una possibilità concretissima per quelle isole della laguna di Venezia che continuano a gridare "aiuto sono un'isola abbandonata...".
Testimonianza dell'Isola della Certosa raccolta da Cesare Scarpa
6° - Poveglia - 13 giugno 1999

Un sottile filo conduttore lega tra loro le cinque isole della laguna individuate nella trascorse edizioni quale simbolo e meta dell'annuale raduno remiero. Oltre agli aspetti propriamente agonistico-sportivi - che contribuiscono a cementare l'unione fra i veneziani "d'acqua e di terra" che ancora frequentano la nostra laguna nel modo più rispettoso - queste manifestazioni si ripromettono di favorire la conoscenza di un patrimonio storico-paesaggistico e naturalistico sconosciuto ai più, quasi sempre lasciato nel più assoluto degrado. Le scelte operate dal Comitato promotore non sono mai state casuali, a partire dalla prima edizione (1994) 'dedicata' al Lazzaretto Novo: un'isola tornata a nuova vita, dopo l'abbandono del presidio militare e i saccheggi a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta, grazie all'ormai pluridecennale oneroso impegno di due associazioni private: l'Ekos Club e la sezione veneziana dell'Archeoclub d'Italia. Un'isola che ancora conserva pregevoli manufatti cinque-seicenteschi, fra i quali - ambedue recentemente restaurati - un torresìn da polvere in pietra d'Istria e l'imponente tezòn grando: un edificio lungo ben cento metri e largo venti, costruito nel 1562 per accogliere in quarantena le mercanzie provenienti da bastimenti 'sospetti'.

Nel 1995 fu la volta di Sacca Sessola, fino al 1980 sede dell'ospedale pneumotisiologico "Achille De Giovanni", edificato negli anni Trenta e a suo tempo considerato all'avanguardia in Europa. Rimasta priva di destinazioni per quindici anni, proprio nel 1995 l'isola venne trasferita in proprietà dal Comune di Venezia all'USSL e parzialmente affidata in concessione all'International Center for Marine Sciences and Technologies. Un istituto, creato sotto l'egida dell'UNIDO allo scopo di promuovere la formazione e la ricerca nel campo delle scienze marine, che prevede di allestire strutture d'accoglienza per docenti e studenti provenienti da tutto il mondo. L'auspicio che questo insediamento potesse dare nuova vita ad una delle più belle perle del veneto estuario ha guidato la scelta del Comitato promotore, che l'anno successivo ha richiamato l'attenzione su un'isola con dimensioni e vicende affatto diverse: il 'ridotto' di Crevan, una piccola isola-batteria - creata all'inizio dell'Ottocento fra Burano e Treporti, a guardia dell'omonimo canale portuale - proprietà per oltre trent'anni da una famiglia veronese, che ne ha ricostruito le arginature, bonificato l'interno e restaurato l'antico fortino, trasformandola nel tempo in un'accogliente oasi fiorita. Il tributo di riconoscenza, che il 'popolo del remo' volle anche in questo caso implicitamente assegnare, nell'edizione del 1997 si tradusse invece in un 'segnale di speranza', rivolto ad un'altra delle grandi isole a destinazione sanitaria: San Clemente, sede del grande ospedale psichiatrico femminile inaugurato nel 1873, dove l'omessa custodia favorì, subito dopo la sua definitiva chiusura nel 1992, il sistematico saccheggio delle opere d'arte che ornavano la bella chiesa secentesca e che vennero solo in parte recuperate. La custodia è ora efficacemente garantita ed i progetti per un rinnovato utilizzo dell'isola sembrerebbero finalmente farsi concreti. Analoghi intenti hanno guidato, infine, la scelta operata l'anno scorso: l'isola de La Certosa, dove sono stati avviati importanti lavori che dovrebbero partorire, da un'inestricabile foresta di rovi disseminata di ruderi antichi e recenti, un grande "parco urbano" al servizio della città. Un'isola che ingloba il monumentale forte di Sant'Andrea, eretto dalla Serenissima a metà Cinquecento a guardia della bocca portuale di San Nicolo di Lido e che proprio nel 1998 ha visto concludersi l'ininterrotta plurisecolare presenza del presidio militare. Il filo conduttore cui s'è fatto cenno emerge evidente nelle motivazioni qui riassunte e si richiama idealmente alla mostra e al catalogo promossi nel giugno 1978 dall'Associazione Settemari ("Isole abbandonate della laguna. Com'erano e come sono').

Un'iniziativa che ebbe vasta eco anche fuori dai confini nazionali, documentando l'impressionante degrado di questo trascurato patrimonio culturale. Un'iniziativa alla quale l'annuale raduno remiero ha inteso riferirsi anche nell'impostazione grafica: la simbolica rappresentazione delle isole prescelte nelle varie edizioni è infatti desunta dalla "veduta" della laguna incisa da Benetto Bordone nel 1528 (che fu il manifesto della mostra nel 1978), integrata da Roberto Palma per quelle che all'epoca ancora non esistevano, quali Crevan e Sacca Sessola. Una disarmante inerzia ha nel frattempo permeato l'azione dei soggetti giuridici preposti alla tutela - trascorso ormai il tempo d'una generazione dall'accorata denuncia della Settemari - i quali avrebbero ben potuto preservare in qualche modo dai sistematici saccheggi e dall'aggressione demolitrice del moto ondoso San Giorgio in Alga, Santo Spirito, il Lazzaretto Vecchio e altri insediamenti insulari, ancora ricchi di significativi reperti storici, fra i quali una quattrocentesca "vera da pozzo" in marmo di Verona, trafugata nel 1986 proprio a Poveglia. All'elenco delle isole abbandonate si sono in sèguito aggiunte San Clemente e Sacca Sessola - vent'anni or sono ancora custodite e abitate - dal quale ben poco può essere oggi spuntato, fatte le debite eccezioni che i "Raduni remieri" hanno voluto segnalare. Una rinnovata consapevolezza sembra comunque emergere sulla scia delle iniziative perseguite dalla Settemari: associazioni e comitati sono sorti numerosi, animati da analoghi intenti; vanno ricordati, ad esempio, il "Comitato per la Certosa" (nato nel 1985 e che ha visto proprio l'altr'anno iniziare a concretizzarsi i propri obiettivi), il "Comitato isole Campalto e San Secondo" di Mestre (che ha attivato iniziative volte a restituire alla fruizione collettiva quelle due isole, ubicate lungo gli omonimi canali che collegano Venezia alla gronda di terraferma), le associazioni "Tera & Aqua" e "Forum per la laguna" (che hanno avviato campagne di sensibilizzazione per la rivitalizzazione delle isole minori e degli antichi percorsi endolagunari).

Anche per Poveglia è finalmente in dirittura d'arrivo la concessione richiesta al Demanio dello Stato dal CTS (Centro turistico studentesco e giovanile), organismo che ha già elaborato e diffuso un dettagliato progetto che dovrebbe trasformare l'isola in un grande 'laboratorio' aperto ai giovani di tutto il mondo, fornito di strutture museali, voliere per il recupero dei volatili feriti, serre, giardini, frutteti e orti da coltivare secondo le tradizioni autoctone, foresterie e ostelli realizzati nel rispetto dei manufatti d'epoca ancora sussistenti; un programma che nelle intenzioni dei progettisti dovrebbe dare finalmente nuova vita ad una delle più antiche isole del Veneto estuario e che il 'popolo della laguna', auspicando possa ottenere supporti convinti ed esiti concreti, ha voluto 'adottare' quale simbolo del raduno remiero di quest'anno.
Giovanni Caniato
7° - Torcello - 18 giugno 2000

Sviluppatasi a partire dal VII secolo d.C, forse sul sedìme di preesistenti insediamenti d'epoca imperiale, la fiorente comunità urbano-insulare di Torcello conobbe intorno al Mille la sua massima espansione. Era uno dei principali scali commerciali dell'arco costiero altoadriatico, strategicamente ubicato alla confluenza dei percorsi endolitoranei e marittimi con quelli fluviali e terrestri che intersecavano l'entroterra padano per raggiungere le terre germaniche: il mega empòrion ricordato da Costantino Porfirogenito nel suo "De administrando imperio", uno degli snodi primarii lungo la direttrice che si dipanava per 120 miglia in flumina et fossas, inter Ravennani Altinumque.

Torcello contava all'epoca alcune migliaia di residenti, fra i quali molti dei principali casati mercantili successivamente trasferitisi nell'arcipelago Rivoaltino; le innumerevoli chiese e strutture, conventuali o monastiche, sorte fra dimore signorili e capanni di pescatori e ortolani, erano testimonianza d'un'epoca di ricchezza e splendore per l'isola, che i residui suoi gioielli architettonici — sopravvissuti alla lenta decadenza iniziata nel tardo Medioevo e alle spoliazioni napoleoniche del primo Ottocento — consentono ancor oggi d'intuire: la cattedrale di Santa Maria - fondata secondo la tradizione nell'anno 639 d.C. e sede per quasi un millennio dell'episcopato altinate — con il suo maestoso e inquietante mosaico parietale del Giudizio universale ed i resti dell'altomedievale battistero esterno; o la romanica chiesetta a pianta greca di Santa Fosca, orlata da un portico ottagonale; ma anche alcune pregevoli palazzine sei-settecentesche immerse nel verde, fra giuggioli, viti e articiochère.

per gentile concessine della "Locanda Cipriani"
Nonostante la progressiva diminuzione della sua importanza, avviatasi inarrestabile fin dal XIII secolo di pari passo al definitivo consolidarsi di Venezia quale capitale del primitivo Dogado, favorita anche dal degrado ambientale, marcato dall'espansione del canneto e dalla conseguente insalubrità del sito (il mal àere segnalato fin dal Quattrocento dai "magistrati all'acque"), nel secondo '700 Torcello contava ancora circa 300 abitanti. Una comunità dieci volte più numerosa dell'attuale, costituita esclusivamente - oramai e da tempo del tutto scomparsi mercanti, artigiani o possidenti — da agricoltori, pescatori e religiosi. Le accurate "anagrafi" redatte in quegli anni registrano infatti, per il 1765, la presenza di 111 ortolani e squazèri (addetti al trasporto dei 'rifiuti solidi urbani', soprattutto vegetali, da sempre riutilizzati per ingrassare i terreni coltivati), di 22 pescatori, 60 religiose, 16 'regolari' e 5 preti. Quindici anni dopo i nuclei familiari erano aumentati da 42 a 48 e le monache, tutte di clausura, erano 72; viene inoltre segnalata la presenza di 49 bovini, ai quali si aggiunsero 120 pecorini nel 1785, anno che registra un raddoppio degli addetti alla pesca: ben 44. La vicina e più salubre Burano, lambita da profondi canali portuali vivificati dal salso, contava all'epoca oltre 5000 abitanti distribuiti in circa 1200 famiglie.

Animata vent'anni or sono da una settantina di persone, Torcello ne conta oggi — nel mese di giugno del Giubileo millenario — ben ventotto: tanti quanti sono i miliardi stanziati per il primo stralcio degli imponenti lavori in corso per la 'salvaguardia e il ripristino morfologico e ambientale' dell'isola: una cifra pro capite che qualche sprovveduto o qualche critico superficiale potrebbe valutare quantomeno sproporzionata, ma che vorremmo piuttosto supporre attentamente programmata per invertire con concludente efficacia il progrediente depauperamento demografico; per contrastare l'inevitabile prossima scomparsa, per la prima volta nella storia plurimillenaria di quella che fu la 'madre' di Venezia, d'una stabile comunità antropica. Un 'pubblico finanziamento' che si configurerebbe quindi quale tributo di riconoscenza e grazioso incentivo offerto agli ultimi anziani 'custodi della memoria', tenacemente abbarbicati all'isola natale; ai quali s'è unita una bella famigliola senegalese, che da qualche anno ha preso regolare residenza in Torcello, contribuendo a dimezzare l'età media della comunità anche grazie al loro recente ultimo nato. Certo non appare d'immediata comprensione - forse per carenze d'informazioni, o per nostra incapacità d'analisi — cogliere l'intimo nesso che intercorre fra una migliorata 'qualità della vita' dei nostri ventotto torcellani ed il ferro-cemento generosamente profuso per fortificare quest'ultimo avamposto lagunare, posto a guardia dell'infido liquido percorso meandriforme che conduce alle Portegrandi e, di lì, nella ricca Marca trevigiana.

Le rettifiche dei margini interni e perimetrali — ancora protetti dai fragili, per quanto efficaci, vimini flessibili ricordati nel 537 d.C. dal prefetto Cassiodoro — , le solide alte banchine che hanno opportunamente sostituito i lignei pontili e le precarie rivette in arenaria digradanti nell'acqua, i canali circondarii approfonditi a guisa dei fossati che si scavavano lungo le mura delle città medievali, dovrebbero infatti garantire sonni più tranquilli alla piccola guarnigione insulare. Mèmori i nostri solerti Amministratori, in questo loro estremo tentativo di rendere meno agevole l'assedio dei nuovi Tartari, dei timori ancestrali del buzzattiano tenente Drogo: dell'ultimo custode della fortezza torcellana, che scruta ansiosamente l'alba ogni giorno, oltre i rigogliosi canneti a settentrione, attendendo le avanguardie di nuovi potenti eserciti di "cafonauti" che discendono baldanzosi dai confini del Dogado, lanciati a ranghi compatti sui loro luccicanti mezzi d'assalto. Per condividere anch'essi, dopo secoli di privazioni, i silenzi e la struggente bellezza delle nostre lagune.
Giovanni Caniato
8° - San Secondo - 14 ottobre 2001

Alla fine degli anni Settanta le associazioni remiere Tre Archi e Voga veneta Mestre patrocinarono il ripristino di un vecchio capitello, collocato a metà strada lungo il canale che unisce Punta San Giobbe a Punta San Zulian. Dedicato alla Madonna Nicopèia, era venerato dai locali pescatori da quando - secondo una tradizione orale ottocentesca - apparve a due di loro quale provvidenziale salvagente nel corso d'una improvvisa burrasca.

L'iniziativa congiunta, rinnovata ogni anno con un variopinto corteo d'imbarcazioni a remi ed una messa 'sul campo' davanti all'immagine sacra, contribuisce a cementare l'unione fra i veneziani 'd'acqua' e 'di terra' che sanno ancora frequentare con rispetto la laguna, nell'unico modo con essa compatibile. Questa 'memoria collettiva', così opportunamente rivitalizzata dalle remiere, si ricollega idealmente ad un'altra tradizione, ormai millenaria, che data all'Undicesimo secolo il primo insediamento religioso nell'isola, originariamente dedicata a Sant'Erasmo. L'immagine del Santo, esposta in quell'epoca su un palo infisso lungo il canale, era "da' pescatori invocata ne' più gravi pericoli di procelle" e, nel 1034, la famiglia Baffo in segno di devozione fece edificare su una vicina motta emergente dalla palude una chiesetta e un piccolo monastero, affidati all'ordine delle Benedettine.

Flaminio Corner, a metà Settecento, riproporrà l'antica tradizione nella sua monumentale opera sulle "Ecclesiae Venetae" ed ebbe altresì modo di visitare l'isola, dove alcune iscrizioni ricordavano che nel 1237, proveniente da Asti, venne traslato il corpo di San Secondo martire, oggi venerato nella chiesa veneziana di Santa Maria ai Gesuati. Il monastero insulare - affidato nel XVI secolo ai padri Domenicani e destinato a lazzaretto nel corso della grande peste del 1576 - fu rinnovato all'inizio del Seicento e subì almeno due incendi nel secolo successivo, documentati in altrettanti dipinti 'per grazia ricevuta' che Emmanuele Antonio Cicogna vide nella sacrestia dei Gesuati, trascrivendone i testi: "Alli 11 giugno 1775 un fulmine danneggiò notabilmente nell'esterno e nell'interno la torricella ove conservavansi 395 barili di polvere e per grazia della Beata Vergine del Rosario e intercessione del glorioso martire San Secondo furono preservati i religiosi, l'isola e la città'.

La costruzione - in quasi tutte le isole minori della laguna - di massicci torresìni da polvere, a pianta quadrata, fu pratica costante della Serenissima, volta ad allontanare dalla città consimili depositi di materiali pericolosi dopo la disastrosa esplosione occorsa nel 1569 in Arsenale, dove le scorte per l'artiglieria venivano allora conservate: due di questi torresini sussistono ancora nell'isola del Lazzaretto Novo (sede e simbolo nel 1994 del 1° Raduno remiero annuale), mentre ai margini orientali di San Secondo in condizioni di bassa marea è ancora possibile intravvedere le fondazioni di quello conservatosi fino al 1849. La costruzione nel 1846 del ponte ferroviario translagunare segnò l'avvio di una radicale trasformazione delle consuete direttrici di collegamento fra Venezia e la maglia di fiumi e canali navigabili della pianura veneto-friulana; il consolidamento dei trasporti su rotaia (e, con l'inaugurazione nel 1933 del parallelo ponte automobilistico, di quelli su gomma) privarono gradualmente d'importanza e di funzioni le tradizionali vie d'acqua che convergevano verso l'antica Capitale lagunare. Lungo queste liquide strade le numerose isole minori - pur destinate in gran parte a strutture sanitarie d'isolamento o alla vita contemplativa - assolvevano funzioni intimamente legate alla vita quotidiana che animava la laguna: erano tutte attrezzate con approdi, foresterie e cavane che garantivano all'occorrenza ristoro e ricovero per barcaroli, pescatori e passeggeri in transito.

La decadenza, per l'isola-monastero di San Secondo - precedette tuttavia quella dell'omonimo canale che la lambisce. L'inedita militarizzazione della laguna (imposta dopo l'abdicazione della Veneta Repubblica nel 1797) e le soppressioni degli ordini religiosi decretate in epoca napoleonica separarono dalla vita civile questa piccola comunità insulare, che aveva fino ad allora garantito un prezioso supporto alla navigazione lungo una via d'acqua così intensamente trafficata, come ricordava nel 1810 il neoistituito Consiglio municipale di Venezia, chiedendo al Governo, fra le altre provvidenze, il ripristino delle segnalazioni acustiche e luminose in caso di scarsa visibilità o maltempo, che i militari insediati nell'isola avevano abolito, mentre in precedenza "li Padri che vi dimoravano tenevano sempre delli segnali ed accoglievano urbanamente li passaggeri'. La chiesa di San Secondo venne demolita nel 1824, mentre gli edifici, pur adattati ad altri fini, sussistettero in gran parte fino al 1849, allorché l'isola, divenuta uno dei capisaldi della seconda linea difensiva predisposta dalla rinnovata Repubblica di San Marco, venne pesantemente bombardata durante il prolungato assedio condotto dagli eserciti dell'Impero austro-ungarico. Cessata all'inizio del secolo scorso anche la sua rilevanza militare, ebbe per alcuni decenni destinazioni agricole, produttive e di allevamento, per essere infine abbandonata del tutto negli anni Sessanta, fino ad una recente gara vinta nella scorsa primavera da una società della provincia di Padova che intenderebbe crearvi "100 posti barca per natanti fino ai 20 metri" (!!) "per valorizzare la nautica da diporto in laguna" (sic !, 5 aprile 2001).

Eppure questa ventilata 'rivitalizzazione' (che dovrà essere approvata dall'Amministrazione comunale e dalla Commissione di Salvaguardia) sembrerebbe avere qualche non marginale dissonanza con quanto prevede l'istituendo 'parco acqueo' di San Zulian, progetto tenacemente perseguito dall'ÀDOLA., benemerito movimento d'opinione al quale aderiscono le associazioni remiere, veliche e sportive insediate nell'omonimo avamposto lagunare mestrino. Un progetto che, almeno sulla carta, sembrerebbe recepito nel nuovo Piano urbanistico della laguna e che dovrà necessariamente presupporre l'abbattimento dell'ormai insostenibile traffico motorizzato, soprattutto diportistico, che dalle darsene in costante espansione nella vicina terraferma si riversa nel Canai Salso e nel canale di San Secondo per dirigersi verso il mare. Il buon senso, che ci si augura non difetti fra i nostri Amministratori, impone piuttosto che le attuali darsene per motoscafi e cabinati vadano in tempi brevissimi ridislocate - come logica vorrebbe - non certo in San Secondo, bensì ai margini delle bocche portuali marittime.
E anche con l'auspicio che l'urgenza di salvaguardare la laguna ottenga esiti concreti e rientri nelle priorità dell'Amministrazione pubblica che le associazioni remiere di Venezia, della Terraferma e delle isole hanno voluto adottare San Secondo quale simbolica meta del Raduno di quest'anno.
Giovanni Caniato
9° - Santa Maria delle Grazie - 20 ottobre 2002

La Veneta Repubblica fu prima al mondo nell'attivare in forma permanente strutture per la tutela e prevenzione sanitaria, allestendo contumacie per malati o "sospetti" di peste a Santa Maria di Nazareth (1423) e alla Vigna Murada (1468), isole che assunsero in seguito il nome rispettivamente di Lazzaretto Vecchio e Lazzaretto Nuovo. A cavaliere fra Sette e Ottocento i due antichi lazzaretti perdettero gradualmente le loro originali funzioni e venne progettala l'erezione ex uovo di una moderna "stazione di sanità marittima" a Poveglia, isola strategicamente ubicata vicino alla bocca portuale di Malamocco e già in precedenza parzialmente utilizzata a tal fine.

L'isola-monastero di Santa Maria delle Grazie, dopo la soppressione nel 1810 dell'ultima congregazione religiosa che la custodiva e animava, ebbe inizialmente anch'essa - come la gran parte degli insediamenti minori dell'estuario - destinazione militare: la chiesa-santuario dedicata alla Madonna delle Grazie e molti contigui fabbricati vennero demoliti, altri riadattati a polveriera. Dopo l'annessione nel 1866 di Venezia e del Veneto al Regno d'Italia sabaudo, l'isola iniziò ad avere destinazioni diversificate; all'inizio del Novecento ospitò un ospedale pneumotisiologico - poi trasferito nella vicina isola di Sacca Sessola - ed infine per la cura delle malattie infettive: vocazione quest'ultima mantenuta a lungo e fino a tempi recentissimi, come molti veneziani che vi furono ricoverati per tifo o epatite ben ricordano. Alla fine degli anni Ottanta, in conseguenza dell'allarme suscitato dall'epidemia provocata dal virus Eboia, venne inoltre allestito un modernissimo reparto con posti-letto ad allo isolamento, considerato all'avanguardia in Italia. La 'riorganizzazione funzionale"delle strutture sanitarie veneziane ed i maggiori costi necessari per mantenere in efficienza il piccolo ospedale insulare ne hanno infine decretato il graduale smantellamento e un paio d'anni or sono il definitivo abbandono. L'isola ora attende rinnovati utilizzi che la sappiano preservare dall'inevitabile degrado; fra le ipotesi avanzate vi è quella di destinarla a campus universitario, ovvero a centro d'accoglienza per ex tossicodipendenti, man-* tenendo cosi l'originaria vocazione di 'struttura protetta'. Estesa per quasi quattro ettari, l'isola ospita una rigogliosa vegetazione sia di alto che di basso fusto, con significative tracce dei viali alberati e degli antichi giardini che Tadorna-vano. Il volume edificato, tuttora in discrete condizioni statiche, è di quasi 30.000 mc e sussistono in loco significative preesistenze d'interesse storico-artistico: alcune colonne forse provenienti dall'antico chiostro "di magnifica struttura"
celebrato nel 1696 dall'abate Vincenzo Coronelli e ben quattro 'vere da pozzo' sei-settecentesche che un'allentata carenza di custodia continuativa lascerebbe in balìa di ladri e vandali, come fu per quelle involatesi da Santo Spirito, da San Giorgio in Alga o da Poveglia.
Infine le due caratteristiche cavane per il ricovero dei natanti, affacciate lungo il versante ovest dell'isola, ormai prive dell'indispensabile manutenzione e tutela dopo il recente abbandono dell'isola; un degrado che riporta d'attualità quello paventato nel dicembre 1873 dal Regio ufficio del Genio civile: "La cavana o ricovero coperto per le barche nell'isola della Grazia deve considerarsi, come fu sempre ritenuto, cosa annessa all'isola stessa, tale anzi d'accrescerne il valore, potendo riuscire in molti casi vantaggiosissima ed in altri anche indispensabile a chi possede l'isola. Il lasciarla crollare, pel solo motivo che l'azienda demaniale attualmente in possesso di quell'isola non ne ricava alcun profitto, è un argomento che si confuta da sé", sia per il deprezzamento che ne deriverebbe all'isola stessa, sia — soprattutto - perché essa "serve anche a qualunque barca che in tempi burrascosi cerchi ricovero od a pescatori che esercitano la loro industria nella laguna." Nel segnalare alla Prefettura le precarie condizioni del manufatto, l'ufficio del Genio civile sollecita il rifacimento del coperto "onde impedire un disastro, trattandosi di una località frequentata dalle barche non solo come rifugio nei momenti di buffera, ma ben anco come ricovero nella notte", poiché "l'utilità delle poche cavane esistenti in laguna è talmente riconosciuta da doversi assolutamente provvedere per la loro conservazione". Una consapevolezza antica, ora dimenticata: fin dal Medioevo lo Stato provvedeva infatti a mantenere in efficienza questi così peculiari manufatti necessari alla sicurezza dei naviganti: nel 1329, ad esempio, il Maggior Consiglio aveva finanzialo la ricostruzione delle cavane esistenti presso San Piero in Volta e Poveglia, lungo i frequentatissimi canali endo-lagunari prossimi alla bocca portuale di Malamocco e le fonti documentarie segnalano analoghi continui interventi fino a tutto il Settecento. Consimili attenzioni e cure verso queste tradizionali strutture, che ancora oggi bene o male conservano l'antico loro ruolo di 'pubblica utilità, continuarono ad essere garantite dalle autorità sanitarie o militari che fino ad alcuni decenni or sono amministravano le isole minori della laguna; un'attenzione che ora va scemando - di pari passo all'aumento esponenziale degli usi impropri e dannosi consentiti in laguna - e che il Raduno remiero di quest'anno, mutuando l'ani-mus dei progenitori nostri, nuovamente sollecita «pro scettri tate et conservatione personarum et navigiorum».
Giovanni Caniato
10° - San Francesco del deserto - 26 ottobre 2003

L'ormai tradizionale raduno "alla riscoperta delle isole della laguna" giunge quest'anno alla sua decima edizione consecutiva. Una tappa importante che coincide altresì con un'altra significativa ricorrenza, per la quale sono in fase di avanzata preparazione varie iniziative culturali: il 25° anniversario della mostra e del catalogo "Isole abbandonate della laguna. Com'erano e come sono", curati nel 1978 dai fratelli Giorgio e Maurizio Crovato con il patrocinio dell'allora neonata Associazione Settemari.

Le isole piccole e grandi visualizzate nel celebre 'Isolano' del 1528 di Benetto Bordone - che fu adottato quale manifesto di quella mostra - sono state infatti riprese quale logo delle dieci edizioni del 'Raduno', che non a caso fu inaugurato, per la prima edizione del 1994, dal Lazzaretto Novo: una delle rare, fra le tante isole abbandonate negli anni Sessanta e Settanta, assurte a nuova vita e reinserite nei circuiti di fruizione collettiva grazie al prolungato impegno di associazioni del volontariato quali l'Archeoclub d'Italia e I'Ekos Club. Né è un caso che quest'edizione del decennale venga simbolicamente associata a San Francesco del Deserto, ubicata presso l'estremità orientale dell'isola-litorale di Sant'Erasmo (alla quale era in antico collegata mediante un ponticello ligneo), cui fa corona - all'estremità opposta - proprio il Lazzaretto: a significare la riconoscenza e il rispetto dei Veneziani per le due piccole 'comunità', una laica e l'altra religiosa, che continuano a mantenere vitali e curati i due antichi insediamenti insulari.

L'inconfondibile profilo dell'isola, dominata dal verde intenso dei secolari cipressi che circondano l'eremo francescano, si staglia fra acqua e cielo nei bassifondali della laguna che separano le isole di Sant'Erasmo e di Burano.
Una consolidata tradizione fa risalire proprio al Poverello d'Assisi la fondazione del primo insediamento religioso: a conclusione del viaggio di ritorno dalla Terrasanta, la nave sulla quale nel 1220 egli era imbarcato, sorpresa da un'improvvisa tempesta, dovette gettare le ancore nelle vicinanze. Sceso in una isoletta solitaria, dove sorgeva un piccolo oratorio, il Santo - che la "Leggenda maggiore", redatta da san Bonaventura da Bagnoregio nel 1262, ricorda "ambulans cum quodam fratre per paludes Venetiarum" (probabilmente il suo discepolo-accompagnatore Illuminato da Rieti) - venne accolto dal canto di "una grandissima moltitudine di uccelli" e vi sostò in meditazione.

La tradizione vuole che San Francesco vi costruisse un capanno di frasche ed erbe palustri e che il suo bastone da pellegrino, conficcato in terra, si trasformasse in un albero rigoglioso, venerato per secoli, come ricorda Pompeo Molmenti che pubblicò nel 1904 un bel volumetto dedicato alle "Isole della laguna veneta". Opera nella quale descrive il suo lento e silenzioso approccio al convento dei Minori Francescani, trasmettendoci le sensazioni che ebbe nel corso della visita: "I pochi frati che si aggirano pel romitaggio sembrano anch'essi fiochi per lungo silenzio. Sulla porta del convento si leggono le parole de' cenobiti: O beata solitudo! O sola beatitudo! Elongavi fugiens et mansi in solitudine. E la campanella dà tenui rintocchi, con voce così discreta che appena si dilunga nel gran deserto. Si entra da prima in un chiostro basso e disadorno, poi in un altro, chiuso da una bellissima loggia a colonne con larghi capitelli: una specie di capanno protegge gli avanzi del pino miracoloso, che crebbe dal bastone di San Francesco". Non possiamo sapere se la traditio che associa la fondazione dell'eremo al soggiorno dell'autore del "Cantico delle creature" fosse o meno leggenda; certo è che l'esistenza - proprio in quel torno d'anni - di una chiesetta a lui intitolata è suffragata da un atto di donazione del 1233, conservato nell'archivio gentilizio dei Donà dalle Rose, con il quale Jacopo Michiel cede in perpetuo ai Minori conventuali "totam meam insulam positam inter Burianum de mare et Litus [cioè fra Burano e il lido di Sant'Erasmo], que quondam fuit due vinee, supra quarti ecclesia beati Francisci est edifficata".

La presenza di un nucleo di religiosi nell'isola - pur fra alti e bassi, forse dipendenti dall'impaludamento e dal degrado ambientale che nel tardo medioevo resero inospitali e insalubri vaste porzioni della laguna settentrionale - si perpetuò senza significative soluzioni di continuità fino all'inizio dell'Ottocento. Nel 1806, a seguito della generalizzata soppressione degli ordini religiosi decretata da Napoleone Bonaparte, San Francesco del Deserto -strategicamente ubicata all'estremità orientale della nuova linea fortificata litoranea di Sant'Erasmo - venne trasformata in polveriera e munita di una batteria di cannoni a difesa del vicino porto dei Treporti. Riassegnato nel 1856 all'ordine dei Minori Francescani per volontà dell'imperatore Francesco Giuseppe, il convento è da allora tornato alla sua originaria vocazione di luogo di contemplazione, preghiera e formazione religiosa, integrato in tempi recenti - come ricorda Tudy Sammartini nel suo commento al volume "Le isole della laguna di Venezia" di Gianni Berengo Gardin, edito nel 1988 - da "una casa d'accoglienza, che può ospitare fino a dieci persone, per chi, religioso, laico, uomo o donna voglia venire a meditare sulla vita spirituale".

Fino a pochi anni fa l'unica - e quanto mai appropriata - possibilità per raggiungere l'eremo era di arrivarci a forza di remi e, dalla vicina Burano, un anziano pescatore usava traghettare per un obolo modesto i visitatori con il suo sàndolo alla valesàna. L'allargamento e l'escavo, ad inedite profondità, della preesistente e tortuosa canaletta di accesso, portato a compimento in anni recentissimi, ha invece aperto un agevole varco persino ai grandi e informi natanti a due piani che scorazzano, ormai ovun-que in laguna, torme di frettolosi turisti. Visitatori ai quali non è più dato tentar di apprezzare il lento, armonioso approccio all'isola e le meditazioni che ne trasse il Molmenti: "Che cos'è tutta la faticosa vita degli uomini, rispetto a questo silenzio immutabile del chiostro, in cui si smarrisce la misura del tempo e si ritrova il senso profondo della vanità delle cose? Grandezza, arte e prosperità, tutto è passato attorno a Venezia: sola permane, sempre uguale a se stessa nei secoli, l'indifferente serenità delle acque e del cielo, limpido abisso, in cui la storia degli uomini s'è perduta come una spuma".
Giovanni Caniato
11° - San Lazzaro in Isola - 17 ottobre 2004
L’oramai tradizionale raduno “alla riscoperta delle isole della laguna” giunge quest’anno alla sua undicesima edizione consecutiva. Una tappa importante che coincide con una serie di iniziative espositive ed editoriali in corso di realizzazione per celebrare il 25° anniversario della mostra e del catalogo “Isole abbandonate della laguna. Com’erano e come sono”, curati nel 1978 dai fratelli Giorgio e Maurizio Crovato con il patrocinio dell’allora neonata Associazione Settemari. Le isole piccole e grandi visualizzate nel celebre ‘Isolario’ del 1528 di Benetto Bordone – che fu adottato quale manifesto di quella mostra – sono state infatti riprese quale logo delle varie edizioni del “Raduno”, a significare l’ideale continuità con le manifestazioni culturali di venticinque anni or sono. Insieme all’eremo lagunare di San Francesco del Deserto – che fu la sede simbolica del Raduno annuale nell’ottobre 2003 – l’isola di San Lazzaro, piccola patria della comunità mechitarista armena da quasi tre secoli, ci consente di immaginare come dovevano essere le decine di isolette che fanno corona a Venezia, alle quali davano vita gli ordini religiosi che vi si erano insediati fin dal medioevo.

Eppure in San Lazzaro – a differenza di San Francesco, occupata nella prima metà dell’ottocento dai militari dopo la soppressione delle congregazioni religiose decretata da Napoleone e riassegnata ai minori francescani solo nel 1856 per volontà dell’imperatore asburgico Francesco Giuseppe – la presenza degli armeni non ebbe soluzioni di continuità fin da quando, nel 1717, il fondatore abate Mechitar ottenne in perpetuo il possesso dell’isola dalla Veneta repubblica, proprio negli anni che videro l’ultimo conflitto armato fra la Serenissima e il Turco per il controllo della Morea e la difesa di Corfù e dell’arcipelago ora greco dell’Eptaneso. In precedenza l’isola di San Lazzaro – originariamente chiamata San Leone, quando sullo scorcio del XII secolo vi vennero fondati un ospizio e una chiesetta dedicati a quel santo – era rimasta per lungo tempo semiabbandonata, o saltuariamente adattata a lebbrosario, lazzaretto e ricovero per mendicanti.

Le persecuzioni e i tentativi di ‘pulizia etnica’ cui fu ciclicamente soggetto l’antico popolo caucasico accrebbero nel tempo l’importanza dell’insediamento lagunare, divenuto uno dei principali centri culturali e religiosi della diaspore, nel quale ebbe fra l’altro sede – fondata nel 1789 e attiva fino a non molti anni or sono – un’importante tipografia specializzata nell’edizione di testi sacri, grammatiche e dizionari, fra i quali il primo vocabolario della lingua armena redatto proprio dall’abate Mechitar. Di grande prestigio e rilevanza è inoltre l’antica biblioteca lignea del XVIII secolo, seriamente danneggiata da un incendio nel 1975, nella quale si conservano molti fra i più preziosi codici e incunaboli in lingua armena, fra i quali alcune rarissime edizioni miniate della Bibbia. Collegata a Venezia dal servizio di trasporto pubblico, l’isola è aperta ai visitatori ed è stata recentemente attrezzata con una piccola foresteria; il museo ospita importanti raccolte etnografiche e archeologiche – fra le quali un’arcaica mummia egiziana – e dipinti, fra i quali la ‘pace e la giustizia’ di Giovanbattista Tiepolo, proveniente dal Collegio armeno di ca’ Zenobio ai Carmini. L’Associazione Settemari, che dal 1978 conferisce ogni anno il riconoscimento di “Veneziano dell’anno” a personalità, enti o altri soggetti che abbiano contribuito, nello spirito dello statuto sociale, alla “conservazione del modo di vivere delle genti lagunari ed al perpetuarsi della venezianità”, nel 2001 lo aveva assegnato – per la prima edizione del nuovo millennio – proprio alla Comunità Armena veneziana. Una scelta felice e quando mai appropriata, che coincideva con il 300° anniversario della fondazione dell’ordine voluta da Mechitar, la cui motivazione chiarisce i sentimenti di rispetto e riconoscenza dei veneziani nei confronti di quella comunità da sempre integrata nel tessuto sociale ed economico lagunare:

Per aver contribuito, con la plurisecolare ininterrotta presenza dei suoi mercanti, religiosi, artisti e studenti, ad arricchire Venezia di una significativa realtà spirituale, economica e culturale, confermando la vocazione dell’accoglienza e alla intesa con altri popoli dell’antica Capitale lagunare, prescelta quale sede ideale di una ‘Nazione’ a lungo perseguitata. Nel trecentesimo anniversario di fondazione della Congregazione Mechitarista, operante ancor oggi in sapienza e preghiera nell’isola di San Lazzaro.
Giovanni Caniato
12° - Santa Maria delle Vergini e Arsenale - 25 settembre 2005
L’Insula di Santa Maria delle Vergini e l’Arsenale Le varie edizioni dell’annuale “Raduno remiero” sono state simbolicamente associate alla riscoperta delle isole minori della laguna, in gran parte abbandonate negli ultimi decenni, da quando era cessata la loro destinazione d'uso militare o sanitaria. Il primo raduno venne organizzato nel 1984 al Lazzaretto Nuovo, tornato a nuova vita grazie al pluridecennale impegno di due associazioni culturali del volontariato, l’Ekos Club e la sezione veneziana dell’Aeroclub d’Italia, che hanno saputo garantire la tutela (e l’apertura alla cittadinanza) di un antico insediamento ancora ricco di importanti strutture storiche, fra le quali l’imponente “Tézon grando”: un capannone lungo più di 100 metri, edificato nel 1562, ancora tappezzato di scritte e disegni dell’epoca tracciati sugli intonaci dai facchini e guardiani addetti alla movimentazione delle merci in quarantena.

Le ultime due edizioni, rispettivamente nel 2003 e 2004, sono state invece organizzate nei canali adiacenti alle uniche due isole che ancora oggi mantengono una presenza religiosa, così diffusa in laguna fino alle soppressioni degli ordini monastici decretate da Napoleone Bonaparte nel 1807: San Francesco del Deserto – la quale, rassegnata del 1856 all’ordine dei Minori Francescani dopo alcuni decenni di utilizzo a fini militari, è tornata da allora alla sua originaria vocazioni di luogo di contemplazione, preghiera e formazione religiosa – e San Lazzaro, che il Veneto Senato donò in perpetuo nel 1719 alla comunità mechitarista armena. Comunita alla quale l’Associazione Settemari, che dal 1978 conferisce ogni anno il riconoscimento di “Veneziano dell’anno” a enti o persone che abbiano contribuito alla “conservazione del modo di vivere delle genti lagunari ed al perpetuarsi della venezianità”, nel 2001 aveva assegnato il premio con la seguente motivazione: “per aver contribuito, con la plurisecolare ininterrotta presenza dei suoi mercanti, religiosi, artisti e studenti, economica e culturale, confermando la vocazione dell’accoglienza e alla intesa con altri popoli dell’antica Capitale lagunare, prescelta quale sede ideale di una “Nazione a lungo perseguitata, nel trecentesimo anniversario di fondazione della Congregazione Mechitarista, operante ancor oggi in sapienza e preghiera nell’isola di San Lazzaro”.

In coincidenza e in adesione alle due giornate nazionali del Touring Club Italiano dedicate alla riscoperta dell’antico Arsenale della Serenissima, il Raduno di quest’anno è simbolicamente associato alla medievale ‘isola urbana’ di Santa Maria delle Vergini, la cui chiesa e monastero – quest’ultimo adibito per alcuni anni a ‘bagno penale’ della napoleonica marina italiana – vennero demoliti nella prima metà dell’Ottocento. L’insula delle Vergini viene inglobata nella seconda metà di quel secolo – dopo l’aggregazione nel 1866 di Venezia e del Veneto al Regno d’Italia sabaudo – nell’ampliato recinto dell’Arsenale, allorché la costruzione di galere e velieri in legno aveva ormai ceduto il passo a quella delle grandi navi in ferro della Regia Marina. Istituzione, quest’ultima, che in anni recentissimi – assecondando una precisa disposizione legislativa dello Stato – ha identificato proprio nell’Arsenale il polo culturale nazionale della marina italiana. Uno spazio superficiale ed edificato vestissimo (quasi un settimo dell’intera estensione della città) nel cui ambito l’Istituto di Studi Militari Marittimi ha in programma, fra l’altro, di ridislocare all’interno della cinta muraria antica le importanti collezioni oggi raccolte nell’attuale Museo storico navale.

Un grande progetto, complementare ad altri di respiro internazionale, finalizzati a colmare una lacuna evidente nel panorama culturale italiano e a destinare l’antico ‘Arzanà dei Viniziani’ celebrato da Dante quale polo primario della musealità marittima del Mediterraneo, intesa nel senso di civiltà del mare, centro di un sistema di musei regionali e locali dell’Alto Adriatico, diventando un polo di formazione e di ricerca ad alto contenuto scientifico, in stretta sinergia sia con istituti di ricerca, formazione e restauro che nel compendio dell’Arsenale prevedono di insediarsi, replicando il concreto esempio offerto dal Consorzio Thetis e dal CNR – Consiglio nazionale delle ricerche, sia con la produzione artigianale specializzata, al fine di creare anche un cantiere complesso dove rumori (il battere del martello o dell’ascia), odori (‘la tenace pece’), gesti e colori offrano al visitatore l’idea di ciò che era un tempo l’antico Arsenale della Serenissima.
Giovanni Caniato
13° - San Zulian del Buonalbergo - 30 aprile 2006
Domenica 30 aprile nel canale di San Secondo e nelle acque antistanti il neonato Parco di San Zulian l'Associazione Settemari organizza il 13° raduno remiero annuale "alla riscoperta delle Isole della Laguna", che vede confrontarsi equipaggi suddivisi in tre grandi raggruppamenti: Isole e litorali della laguna, Terraferma e Centro Storico. Ben sette le regate che avranno luogo ogni mezz'ora fra le 9.00 e le 12.00: giovanissimi (15 anni non compiuti), giovani (19 anni non compiuti) e donne su mascaréte; puparini e gondolìni a due remi; gondole a quattro remi e caorlìne a sei remi.
Oltre agli aspetti propriamente agonistici - che contribuiscono a cementare l'unità d'intenti fra quanti ancora vivono la laguna nel modo più congeniale e rispettoso - l'annuale raduno è nato con l'intento di diffondere la conoscenza del patrimonio storico-ambientale rappresentato dalle isole minori del Veneto estuario, richiamandosi idelamente alla mostra promossa dalla Settemari nell'ormai lontano 1978 ("Isole abbandonate della laguna. Com'erano e come sono") e al particolare della "Veduta" di Benetto Bordone del 1528 (che fu il menifesto della mostra), focalizzato in questa edizione sull'isola medievale di San Zulian del Buonalbergo.

Oggi ridotta a una 'motta' coperta di vegetazione di di alto fusto, a poche decine di metri dall'estremità del Parco di San Zulian, era chiamata anche 'Isola della Torre' e, fino al 1300, segnava il confine tra il Dogado dei veneziani e la Marca Trevigiana. Ancora nel primo Ottocento era attivo un 'punto di controllo' doganale e sussistevano l'antica torre di guardia medievale e una 'cavàna' per il ricovero delle imbarcazioni. Un'isola che, per l'antichita delle presenze religiose, commerciali e militari potrebbe ben meritare una campagna di prospezioni e di valorizzazione per trasformarla in un 'parco archeologico' che diverrebbe il fiore all'occhiello del vicino parco di San Zulian, oramai in fase di avanzata realizzazione. E nella quale (analogamente a quella di San Marco in Boccalama, portata all'attenzione internazionale a seguito del ritrovamento, nell'estate del 2001, della galera e della rascona del primo Trecento), potrebbe forse tornare alla luce un'altra galea tardo mediavale, donata alla fine del Quattrocento dalla Veneta Repubblica ai frati francescani per rinforzare le sponde dell'insediamento compromesso dalle maree, come ci segnala una delibera del Senato: "Quod per patronos Arsenatus dari debeat pauperibus fratribus ordinis Sancti Francisci de Observantia, qui habitat ad Sanctum Iulianum de Bonalbergo, una ex triremibus subtilibus inutilibus que navigari amplius non possit pro elemosina".
Giovanni Caniato


Benedetto Bordone - Pianta della Laguna nel 1528









