WEB DSC05862

L’esplosione del “Santo Spiridione” a Venezia

WEB DSC05866

WEB IMG-20190920-WA0005
La tragedia del Santo Spiridione
Cento anni fa, il 28 marzo del 1919, il Canale della Giudecca è teatro del più grande disastro navale
accaduto in un porto italiano:161 morti, o 166 secondo altri calcoli, più numerosissimi feriti.
Eppure questa tragedia è stata rimossa dal ricordo. Non c’è una lapide, non c’è memoria collettiva,
non ci sono quasi ricordi familiari. Silenzio anche nelle fonti pubbliche, fino a quando lo storico
veneziano Pietro Lando non l’ha scoperta, quasi per caso, e l’ha riportata alla luce.
Ed è stato lo stesso storico veneziano che l’ha rievocata in una interessantissima conferenza
organizzata dalla Settemari nella sede sociale il 13 settembre.
Il Santo Spiridione è una vecchia nave, varata nel 1880. Ha cambiato molte bandiere e in quel 28
marzo 1919, inalbera la bandiera internazionale, attribuita alle navi requisite agli stati sconfitti nella
prima guerra mondiale.
È appena salpata dal molo di San Basilio, quando una tremenda deflagrazione la squarcia e si
inabissa. Per settimane il canale della Giudecca restituisce i poveri resti delle persone imbarcate,
che verranno sepolte in tutta fretta e senza alcuna cerimonia.
Anche i quotidiani dell’epoca pubblicano brevi resoconti e le inchieste vengono insabbiate, tanto
che senza la curiosità dello storico Pietro Lando non se ne saprebbe nulla.
Le cause dell’esplosione quasi sicuramente vanno attribuite a del carburante mal stivato che ha
innescato lo scoppio delle munizioni imbarcate.
Ma il mistero riguarda la volontà di mettere a tacere l’evento, che evidentemente risultava
politicamente imbarazzante.
E il motivo, ad un secolo di distanza, la si può verosimilmente attribuire alla Ragion di Stato, che
volle stendere un velo di reticenza sulla destinazione del carico e delle truppe imbarcate.
L’evento deve essere infatti compreso nel travagliato momento storico. La guerra mondiale è finita
nel novembre del 1918. A Parigi sono in corso le trattative di pace che debbono stabilire i confini
degli Stati nella nuova Europa. L’Italia rivendica consistenti espansioni territoriali tra Istria e
Dalmazia, ed in particolare rivendica la città di Fiume che non era compresa nel Patto di Londra,
stipulato segretamente nell’aprile del 1915, alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco di
Francia e Inghilterra.
Ostili a questa rivendicazione erano la Francia e soprattutto gli Usa del presidente Wilson, che
favorivano la nascita della futura Jugoslavia.
Forse le munizioni, il carburante e le truppe imbarcate sul Santo Spiridione erano destinati a
consolidare la presenza dell’esercito italiano nelle zone contese, ma era opportuno che avvenisse
in segreto. E questo spiegherebbe anche l’utilizzo di una nave non battente bandiera italiana e
probabilmente le scarse misure di sicurezza adottate.
WEB DSC05871

Il rifiuto di prendere in considerazione le richieste italiane su Fiume, portarono il presidente del

Consiglio Orlando e il ministro degli Esteri Sonnino ad abbandonare la conferenza di pace di
Versailles e l’11 settembre del 1919, pochi mesi dopo lo scoppio del Santo Spiridione, indussero
Gabriele D’Annunzio a partire dalla Casetta Rossa su Canal Grande per lanciarsi con i suoi Legionari
alla conquista di Fiume e tenerla fino al Natale del 1920.
In questo clima di tensioni internazionali avvenne la tragedia del Santo Spiridione, col suo enorme
carico di vittime. Ma è un tassello della grande storia europea, che si volle nascondere e
dimenticare per non creare imbarazzi alle trattative politiche.
Oggi a un secolo di distanza questo tragico evento è tornato alla luce, e i soci Settemari, sempre
interessati a conoscere anche i lati misteriosi del passato veneziano, hanno rivissuto questa
lontana pagina di storia.
WEB DSC05884

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *